Giustizia

Verità e luoghi comuni, il chiaroscuro della nostra giustizia. (Luigi Ferrarella)

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Verità, luoghi comuni e alibi incorporano tutti una quota comune. Non fa eccezione chi, come su queste pagine ieri il presidente dell’Associazione tra le banche estere in Italia, teme che gli istituti di credito in fuga da Londra dopo la Brexit non si spostino a Milano, come pure sarebbero tentati, a causa di «burocrazia, tassazione» e soprattutto «giustizia: in caso di delocalizzazione il Foro competente per tutte le questioni giuridiche sarebbe in Italia, e nessuno vuole venire a chiedere giustizia in Italia».

Anche se maliziosamente verrebbe da ripensare alle non poche volte nelle quali le associazioni bancarie nazionali e internazionali sono rimaste silenti su prassi disinvolte (come i «prodotti derivati» appioppati a zavorrare per decenni i bilanci di Regioni e Comuni) poi arginate soltanto dall’intervento della magistratura, nessuno può seriamente disconoscere il nesso tra lentezza-imprevedibilità-costosità del sistema giudiziario italiano e perdita di competitività del Paese, tanto più di fronte ormai a una sterminata pubblicistica di Bce, Bankitalia, università, ministeri, economisti e giuristi. Eppure, come in tutte le verità che a forza di essere ripetute rischiano di inflazionarsi in pretesti, l’inquadratura finisce per essere un po’ sfuocata. E non «racconta» che qualcosa, invece, si muove.

 

È innegabile che i tempi medi di definizione dei processi civili restino ancora più elevati di altri Paesi, ma meno noto è che nella geografia delle prestazioni a macchia di leopardo ci siano uffici (anche al Sud) con standard di tempi e di durata migliori della media europea. Se il ministero pronostica a fine anno la discesa delle cause pendenti sotto i 4 milioni quando nel 2009 sfioravano i 6 milioni, più importante è che stiano scendendo del 14% le cause più vecchie di tre anni, esposte ai risarcimenti della legge Pinto. E proprio con un occhio agli investitori stranieri si è puntato (dal 2012) sugli specializzati Tribunali delle Imprese, che, se un rischio corrono, è se mai quello di restare vittime dei propri iniziali record di definizione di 8 cause su 10 in appena 1 anno, e di conferma in Appello in quattro quinti dei casi.

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Guardando il sorriso di Falcone e Borsellino

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Il sorriso di due uomini accompagna da anni la nostra vita, quella pubblica delle istituzioni, quella individuale di noi cittadini e infine quella intima di noi uomini del nostro tempo. Fu colto da un fotografo attento in un istante che precedette la tragedia, prima che il vento folle della violenza spazzasse via le due vite. Non servono oggi ricorrenze particolari , ed anniversari, per ricordare quei due uomini, né occorre menzionarne i  nomi, perché già scritti per sempre nel nostro cuore e nelle nostre menti.

Nei primi tempi, quell’immagine fu ritagliata dai giornali dell’epoca in modo spontaneo e diffuso. Fu fatto  con attenzione, rispetto, persino timore di profanare qualcosa di sacro, quasi fosse una preziosa reliquia. C’era del pudore in tutti quelli che si avvicinavano a quell’immagine, che la ritagliavano, che la prendevano in mano per guardarla. Essa venne incorniciata con mezzi di fortuna, approssimativamente, ed esposta negli uffici, nei luoghi di lavoro, in qualche casa.  Comparve sulle pareti, sulle scrivanie, sulle porte. Si diffuse ovunque. Ancora è possibile vederla in molti luoghi.

Le mani che lo fecero erano mosse da intenti diversi. Il ricordo affettuoso di colleghi, operatori della giustizia, amici, cittadini qualsiasi;  il monito civico della collettività;  talvolta solo la consolazione privata di alcuni rispetto a costumi pubblici e privati di ben diverso segno rispetto al senso del dovere collettivo, alla moralità dei comportamenti, alla prassi della serietà pubblica. Ideali apparsi a molti traditi, ma anche ritrovati, comunque mai smarriti.

Quel sorriso, dopo 20 anni,  non si è spento, ha continuato a far vivere  l’utopia della buona giustizia,  a trasmettere il messaggio interiore per cui la viltà ha perso la sua battaglia, non ha più spazio nelle coscienze, è destinata a cedere il passo alle buone maniere, al rigore irrinunciabile dell’etica individuale e comune.

Quel sorriso non solo è sopravvissuto alla tragedia, ma ha cominciato ad illuminare di luce nuova le coscienze e il loro modo di operare. Esso trasmette una sensazione  di serenità nell’affrontare impegni gravosi, di leggerezza di fronte alla serietà del dovere, e soprattutto di fraternità tra persone unite da ideali comuni. Scrisse Italo Svevo: “Si piange quando si grida all’ingiustizia”. Gli ha simbolicamente risposto uno dei due uomini: "L'importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa" . Non dunque atteggiamento spavaldo ed incosciente, ma gioia di vivere, serena consapevolezza del proprio dovere, traendone persino il desiderio di una pacata allegria per un momento vissuto con un amico fraterno.

Quell’immagine insegna come il sorriso possa vincere il tempo e l’oblio, l’indifferenza dei pavidi, sorreggere ogni sogno, raccontare parole vive e senza tempo ad ognuno di noi. Da allora, possiamo entrare serenamente nel bosco oscuro e freddo, pieno di sterpi e animali selvatici. Non abbiamo più paura.

 

Bilancio magro sulla giustizia (Liana Milella)

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Si chiude il 2013, l’anno della prima condanna definitiva di Berlusconi e l’anno della sua decadenza da senatore. Fatti che hanno occupato, con grande spazio, le cronache dei media. La questione “giustizia” è stata la questione Berlusconi. Adesso è difficile cambiare registro. Passare alla giustizia dei comuni mortali, quella di tutti i giorni. Con i suoi atavici problemi. Le conseguenze si vedono. Dalla prima pagina si passa alla ventesima. Pure per una questione drammatica come quella del carcere. Regna l’indifferenza. Da quando il Guardasigilli Cancellieri è in via Arenula l’attenzione è stata tutta per il carcere, per la necessità di far calare i detenuti. Problema che la Corte europea dei diritti dell’uomo ci ha posto minacciando multe e sanzioni. Entro maggio 2014 dobbiamo rientrare nei loro parametri. Napolitano non fa altro che dirlo. Ma c’è da dubitare che si arriverà a mettere un punto. Per la semplice ragione che l’approccio alle questioni della giustizia pare sempre quello dei tempi di Berlusconi, anche se lui di fatto non c’è più, anche se la stagione delle leggi ad personam è ormai storia del passato. Ma lo spirito resta. 

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Feltri: “Processo breve è legge ad personam”

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video da "Il Fatto Quotidiano"

Sull’ennesimo scudo giudiziario a favore del presidente del Consiglio, la prescrizione breve votata dalla Camera dei Deputati, il direttore editoriale di Libero Vittorio Feltri la pensa così: “Il processo breve è un’altra legge ad personam”. Ma subito precisa: “Una legge contro dei processi che sono anch’essi ad personam”. di Franz Baraggino

Ecco l'ipocrisia del Pd: boccia il processo breve, ma fino a ieri lo voleva... (Domenico Ferrara)

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Il Pd tuona contro il processo breve, che oggi si vota alla Camera, ma dimentica che furono i Ds a proporre un ddl nel 2004 che prevedeva le stesse cose del ddl Alfano. Con un'eccezione: la prescrizione valeva per tutti i processi

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