La guerra civile nella Repubblica Centrafricana è finita. Forse.

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Nel 2003 François Bozizé, il capo di stato maggiore dell’esercito, prese il controllo della Repubblica Centrafricana con un colpo di Stato appoggiato dal presidente del Ciad, Idriss Déby, che sostenne la sua rivolta; negli otto anni successivi venne rieletto per due volte, forte del sostegno dell’alleato Ciad e degli interventi della Francia in suo favore — Francia che non ha mai smesso di interferire anche dopo l’indipendenza ottenuta dalla sua ex-colonia. Bozizé riuscì ad uscire vittorioso anche dalla guerra civile contro il rivale Michel Djotodia – a capo dell’UFDR (Union des Forces Démocratiques pour le Rassemblement) – scatenatasi in seguito al suo golpe e durata formalmente fino al 2007.

Ma il nord della Repubblica Centrafricana, fuoco e zoccolo duro delle rivolte, non è mai passato completamente sotto il controllo statale e quindi, quando nel 2011 Bozizé cominciò a prendere le distanze dal Ciad per tentare di entrare nell’orbita economica Sudafricana, il presidente Déby vi inviò mercenari musulmani reclutati in Ciad e nel vicino Sudan per accrescere le fila dei ribelli centrafricani che ancora non si erano rassegnati al governo di Bozizé.
Dall’unione tra queste forze nacque quindi il gruppo di ribelli Séléka, parola che significa appunto “coalizione” in sango, lingua ufficiale del Centrafrica.

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